Il pennello scese disegnando una linea curva e sottile, poggiando sulla carta sempre più, come il piede di un cieco che riacquisti sicurezza nel sentire il terreno ancora sotto di lui. Il carattere aveva assunto una certa dimensione ricurva, un poco distorta eppure elegante, fiera di quel proprio difetto che sfoggiava con tanto orgoglio risaltando sul foglio bianco. Il pittore sollevò il legno scostandolo leggermente, osservando la sua opera con un sorriso d’orgoglio tipico degli artisti e di chi si crede tale – un sorriso forse troppo superbo, ma lì, nel suo studio, quando resuscitava vecchi ricordi sulla carta, non doveva certo preoccuparsi di apparire nobile o modesto.
“Dovrei proprio prendere della nuova carta”, mormorò tra se e se. Quella che aveva era quadrettata e un po’ troppo sottile, e ogni volta si pentiva di lasciarla lì così fragile, così instabile, un supporto tanto effimero per un’arte tanto bella. Riprese il tratto, e con delicatezza portò a conclusione in carattere senza imporgli alcuna rigidezza: la rigidezza, in un momento simile, avrebbe rovinato totalmente quell’elegante deformità che era riuscito a imprimere sul suo supporto fragile. Sarebbe stato come una gelata primaverile dopo lo schiudersi delle prime gemme, e avrebbe rischiato di rovinare l’intero raccolto – pardon, l’intero scritto. Con rammarico ripercorse il foglio, soffermandosi sui propri errori e sulle correzioni che vi aveva apportato, il più delle volte peggiorando la situazione. Fortunatamente era ormai prossimo alla fine, e la dimestichezza nell’utilizzo del proprio strumento gli era tornata così, naturalmente, proprio come gli era venuta. Si sentiva quasi rinvigorito, e intinse il pennello nell’inchiostro cercando di non perdere quella meravigliosa sensazione che era ormai giunto ad associare con la creatività.
Nonostante avesse congiunto diversi stili all’interno dell’opera, era soddisfatto dell’armonia che si percepiva nel guardare lo scritto nel suo insieme, senza cercare di leggerlo soffermandosi sui singoli caratteri. Quando anche l’occhio coglieva quei dettagli fondamentali, quelle impronte del linguaggio che non si possono cancellare né dal foglio né dalla mente, e che spesso sono l’unica corda a cui appendersi nel cercare di ricostruire una parola o a volte un’intera poesia, quando anche l’occhio afferrava queste corde risalendo a bordo del significato verbale esso serbava lo stesso un certo odore di mare, di libertà, di un puro getto di espressione. Riprese a scrivere, sentendo aumentare il proprio fervore, e a un punto spesso e largo come un’isola fece seguire linee sottili e intricate come rami, foglie, liane e radici, senza mai disegnare un tronco. Ricordava vagamente di quel poeta che paragonò i caratteri di un suo collega a serpenti e liane che scendevano dai rami di un albero, e fu al contempo fiero e infastidito al pensiero di aver inconsapevolmente seguito le orme della tradizione. Erano finiti i tempi in cui, giovane e pieno d’orgoglio, aveva pensato di rinnovare il metodo stesso dello scrivere, con un vago sentore rivoluzionario che lo spingeva a rifiutare ogni attracco che potesse ricondurlo a una tradizione di qualunque tipo; eppure, ogniqualvolta si rivolgeva al passato, accanto all’orgoglio di studioso si insinuava il pensiero di non essere riuscito a esprimere pienamente la sua originalità, di essere sceso a un compromesso, di aver tradito il suo pensiero originario per un semplice capriccio estetico.
“Eppure è così sottile...” tornò a mormorare, non sapendo bene se si stava riferendo alla traccia lasciata nel suo lavoro dagli autori passati o alla linea che era tornato a tracciare, seguendo il corso del pennello senza più badare alla forma, sfogando i suoi pensieri sulla carta ed esprimendoli con l’inchiostro. Era il pennello a guidarlo, ormai, non più il suo intelletto, e fu quindi fiero di vedere in se stesso i maestri del passato, come stessero rivivendo attraverso di lui, resuscitati dalla sua opera; li avrebbe messi in vetrina, ammirati e fatti ammirare, oppure li avrebbe lasciati liberi di ammuffire tra le sue centinaia di opere eseguite e mai più riprese? Ogni tanto si chiedeva che farne di tanta carta, di tanta arte – che pure di arte si trattava, salvo rare occasioni – ma infine tornava a girovagare con il pensiero perdendosi per strade già percorse, esplorando gli infimi dettagli mai notati di un’espressione, o di un sentimento, o anche di un oggetto che si trovava davanti. Solitamente concludeva questi suoi viaggi riprendendo in mano carta e pennello, e aggiungendo altra carta ai cumuli in costante crescita impilati sulla sua scrivania, oppure andando a scovare un libro in cui potersi perdere ancora di più, nascondendosi tra i meandri delle pagine infinite e godendo della rara libertà delle parole.
“Carneade! Chi era costui?” stavolta il fervore ritornò come un’onda, prendendo il sopravvento e manifestandosi in tutta la sua forza in questa citazione-esclamazione. Riprese con vigore a scrivere, muovendosi di getto nel tracciare in un’unica linea i tre caratteri successivi, e quando infine il pennello corse al di fuori del foglio lanciandosi di lato in uno scatto improvviso rimase fermo ad ammirare la sua opera ormai conclusa. L’ultima linea, nel suo iniziale splendore, aveva lasciato dei minuscoli punti bianchi, scoprendo al di sotto di sé la nudità della carta che doveva restare al di fuori del tratto; e quei minuscoli punti, che pure si potevano apprezzare nel loro isolamento e nella loro unicità, si erano poi trascinati con l’avanzare del pennello, affondando e riemergendo dall’inchiostro di continuo come un nuotatore in procinto di affogare, allungandosi e distorcendosi in linee e in spazi bianchi che si conquistavano sempre più spazio nel nero della scritta, dibattendosi e contorcendosi senza mai rinunciare al loro diritto di esistere, di palesarsi lì in mezzo all’inchiostro, di mostrare la carta in tutta la sua nudità.
Si chinò all’indietro raccogliendo il foglio e posandosi una mano sulla fronte aggrottata. Il risultato non era dei migliori. C’era, sì, una certa leggerezza, quasi un volo d’uccello seguito sia dal nero della scritta che dal bianco che lo accompagnava, ma era forse esagerato, e rischiava troppo di confondersi con il candore dilagante sul resto del foglio. Arricciò le labbra in una smorfia, riconoscendo il suo errore nell’essersi dimenticato di intingere nuovamente il pennello nell’inchiostro prima di tracciare l’ultima linea. Un peccato: un lavoro tanto accurato ed elegante, rovinato proprio nella sua chiusura. Sconsolato, spostò lo sguardo dalle macchie ancora lucide dell’inchiostro che terminava di asciugarsi alle pile di carta sulla scrivania, incerto sul fato di questa sua ultima opera. Poi, sospirando, lasciò che il foglio cadesse di lato, ondeggiando graziosamente nell’aria fino a cadere tra le braci ancora fumanti del suo camino, e uscì infine a prendere un po' d'aria in terrazza.