lunedì 17 marzo 2014

L'omino disegnato

C'era un omino che felice stava nel suo bianco foglio. Non vero uomo, ma piatto tracciato. Cerchio, linea, punto: questo era lui. La vita scorreva colla punta adorata, che di nera essenza chiara forgiava, strusciando sul bianco, vita formale.

Un giorno rosa, la gomma sciolse creato e creatore. L'omino disperato chiese aiuto ad un saggio. La barba incavata nei solchi del viso diede visto a fumose parole:

"dolce legno,
tristo all'abbandono,
son forse io degno
di 'noscer ch'io sono?

tu sei la chiave
di tutto, in vero
arrivar senza nave
posso fuor di pensiero?"

Stordito, poverino, l'omino s'incamminò avvilito. Il verde ingrigito gli riempiva i piedi, sfinito l'omino arrirrivò al burrone.
Profondo foro per unire storie, vite, visioni. Lì l'omino si fermò e fece capanna.

Arduo è a me l'epitaffio di cotal sogno: tutti di un buco abbiam bisogno.

domenica 16 febbraio 2014

Inutili sproloqui musicali

Quel disco spiccava tra gli altri nel mobile incastonato del muro. L'ho trovato con piacere, era proprio quello di cui avevo bisogno. Tranquillo, originale, autentico, rilassante, "Let it be Naked", registrato nella fase compositiva dell'ultimo gioiellino dei Beatles, è perfetto da ascoltare sotto la doccia, di mattina. Ho fatto partire la riproduzione dalla nona traccia, che, stando alla copertina, doveva essere "I Me Mine". Vittima del mio proverbiale disordine, non mi ero accorto che in realtà l'album era Dreamland di Robert Plant. 

Così, per puro caso, sono entrato in un'altra dimensione. Il pezzo che stavo ascoltando era una strana versione di "Hey Joe", blues reso celebre da Jimi Hendrix. Irriconoscibile. Un'introduzione di mandolino quasi tribale nella sua ripetitività mi ha cullato nelle onde del sogno. Malinconica, la voce ha iniziato a cantare, quasi parlando, trascinando tutto in un universo distante, onirico. Abbandonatomi a questo lamento mistico, sono stato scosso dai tuoni di chitarra, percussivi, implacabili, inaspettati. Sempre più frequenti, essi culminano in un'esplosione che stravolge il bridge hendrixiano, demolendolo, trasformandolo in una vera e propria tempesta di suoni. Poi, la calma. Ritorna tutto nelle mani del mandolino. Tutto questo si ripete per non so quante volte, sempre creando un'emozione diversa, scuotendomi da parte a parte. Sono in trance. Quando la musica si esaurisce, mi risveglio, intontito. Esco dalla doccia diverso. Nel blando tentativo di tornare nel mondo dei mortali, guardo l'orologio e mi rendo conto di essere in ritardo a scuola. Come non è una scusa valida prof?

venerdì 14 febbraio 2014

Caffè Acheo

Mi soffermo sull'idea già espressa prima dal mio compare: avete mai immaginato Odisseo che prende il caffè, seduto in un bar, magari leggendo un giornale? 
Ampliate la scena: immaginate Odisseo che entra in una caffetteria, va subito alla cassa, ordina un caffè alla maniera Achea, tira fuori il borsello e paga due dracme e mezzo per il servizio. Poi si siede, prende un giornale dal titolo "Provincia Acaia" o qualcosa di simile e inizia distrattamente a leggerlo, pensando a Itaca davanti a sè, a Calipso dietro di sè, ai suoi compagni sventurati morti nella tempesta e a chissà cos'altro. Arriva il caffè; Odisseo posa il giornale, ringrazia gentilmente la cameriera e, dopo una breve preghiera ad Apollo e un piccolo sacrificio a Zeus per ringraziarli, inizia a bere il suo caffè.
Ora ampliate ulteriormente il tutto: mettete un paio di lotofagi come cuochi (e immaginatevi gli effetti), un po' di clientela (Achille e Patroclo come coppietta all'angolo, Ettore che chiacchera con Enea, il minotauro in disparte che guarda male Teseo eccetera), scambiate la cameriera con Circe e ambientate il tutto sotto un colonnato in marmo con l'iscrizione greca "Caffè della polis" fuori, all'ingresso.
Avete immaginato? Ottimo. Ora dimenticate, così potrò riproporvi la stessa scena tra qualche giorno senza destare sospetti e proseguire con il discorso originario.

Eccoci qui

Eccoci qui.
Due studentelli rapiti dall'immagine idilliaca dello scrittore che beve il caffè davanti al portatile, gustandosi in quel sorso un minuto di meritato riposo, dopo i suoi appaganti sforzi intellettuali.
Due studentelli che si sentono scrittori perché mettono il punto ad ogni parola.
Due studentelli che si vedono poeti perché usano la ripetizione e vanno a capo.
Due studentelli che non hanno niente di meglio da fare, che aprono un blog sentendosi divinità del testo, che all'inizio dedicheranno tutti sé stessi al loro progetto, che probabilmente lo abbandoneranno dopo qualche settimana.
Ma se non ci leggete siete morti.