lunedì 3 aprile 2017

Dedicato a un fiore

Alto nel cielo scuro e pieno
di nubi maestose, sospeso
tra vortici d’aria, alieno
agli stormi frementi, nel sol,
dei suoi simili minacciosi
immobili solo perché son
trattenuti da misteriosi
poteri: un piccolo falco
piumato con neri colori
si trova a volare sul solco
di tanti altri animi scuri,
e teme l’immensità di un
cielo che gli porta rancore,
ma lo sfida e lo scruta lassù,
senza temerne il terrore.
Un bambino viziato chiama
gridando: “Verità! Verità!”
ed egli ne placa la brama
mentre docile plana fin là.
Si posa sul braccio disteso
del bimbo che guarda e sorride,
gli cala un cappuccio sul viso
e nell’accecarlo ci uccide.

giovedì 30 marzo 2017

黑。

Siamo tutti morti. Morti, morti viventi, zombie, scheletri, cadaveri putrefatti che camminano, si muovono e tentano di sfuggire al decadimento del proprio corpo. La morte è una carogna che ci sta sempre dietro con la falce in mano, pronta, docile e addomesticata come la nostra ombra, inarrestabile e irraggiungibile come il sole. Ogni tanto uno se ne va, così, o più semplicemente si ferma, e noi lo osserviamo cadere. Piangiamo. Non c’è nulla di più naturale. Piangiamo per chi si ferma e non per chi persevera in questa orribile putrefazione. Se poi ci era vicino, tanto peggio per noi: piangiamo ancora di più, e tutti ci guardano e ci offrono una spalla su cui piangere, e piangono con noi, ed improvvisamente tutto è un pianto, e anche la morte piange, ma la sua falce ride. Piangiamo per chi si ferma e poi torniamo a muoverci. È questa la cosa più orribile: il movimento. Quando uno è triste, quando davvero sente nel cuore l’angoscia della perdita, il vuoto del dolore, l’ultima cosa che vuole fare è muoversi: resta fermo fossilizzato a osservare il nero che vede in sé stesso. Questo nero è arte, la più pura e la più grande opera d’arte che possiamo produrre. Tutto ciò che facciamo d’altro non conta. Il nero che ci coglie nel profondo dell’animo quando sappiamo che qualcuno si è fermato è l’unica cosa che resiste davvero e che nulla potrà mai scacciare via. Uno sa di aver superato la morte non quando impara a vivere nonostante essa resti lì, lo segua come un’ombra, lo incalzi con quella sua falce ridente, come una luna nel cielo d’inverno che ride di tutte le lacrime delle stelle; uno sa di aver superato la morte quando dentro di lui tutto è nero, tutto è vuoto, non c’è più spazio per nulla. Il nero della morte è un nero che piange e che ride allo stesso tempo, un nero che non si ferma davanti a nulla, che finge di andare avanti ma che ci prende totalmente. Non si esce dal nero. Non ci sono colori nel nostro animo. Non possiamo reagire e non possiamo pensare, non dobbiamo muoverci, non dobbiamo insistere in questo nero di morte che ci portiamo dentro, bisogna solo guardarlo. Guardarlo e morire. Meglio fissare la pienezza del nulla che non attaccarsi all'irresolutezza di un qualcosa. Chi ha visto il nero sa di cosa parlo. È triste guardare gli altri muoversi, ridere, soffrire, amare, fingere, vivere, è triste vedere quel che succede fuori quando dentro non si ha nulla. È triste. È triste e porta sempre alla pazzia quel nero che ci vediamo dentro, quel nulla che confrontiamo al finto tutto che c’è fuori: ma uno che sa, uno che ha visto veramente la sua ombra si chiederà sempre come riescano gli altri a fingere, come riescano ancora a muoversi dopo aver visto qualcuno fermarsi, dopo aver visto sé stessi fermarsi e inginocchiarsi davanti alla falce. Avete mai guardato la vostra ombra farsi piccola e poi svanire sotto il sole incessante del mezzogiorno? Allora l’avrete anche vista ingrandirsi e diventare notte sotto il nero sguardo della sera. Quando, in luogo di una perdita, o quando di nuovo qualcuno si ferma, quando invece di piangere vedete e sentite il nero, e nulla di più: allora saprete di aver veramente passato il limite. Di essere arrivati. Allora potete veramente porgere il collo alla falce ridente della morte e aspettare che cada, e solo allora veramente cadrà. Ma voi non lo vorrete più. Ci sarà solo nero. C’è sempre solo nero. C’è sempre solo arte.

domenica 26 marzo 2017

Pensieri di un ragno

Sarà finalmente pronto a tutto.
Avrà pianificato ogni singolo istante della sua vita per costruirsi una perfezione che gli andasse a genio, e presto avrà finalmente raggiunto i suoi scopi. Non dovrà temere più nulla, anzi, non dovrà nemmeno fare più nulla: le cose verranno da sé, come una mosca rientra all’alveare, ogni cosa seguirà il suo corso e tutto andrà come vorrà lui. Se anche ci saranno dei momenti imprevisti, se là fuori il mondo dovrà uscire dal suo asse e ogni cosa verrà messa in discussione, pure lui rimarrà sempre lì a guardia del suo angolo di perfezione in cui l’apocalisse non sarà arrivato, anzi, avrà solo migliorato le cose. Se una corrente particolare scombinerà i pensieri di tutti, se un uragano di novità creerà il panico tra tutti quei miseri insetti che svolazzano a caso nell’aria, lui resterà saldo nelle sue posizioni, e forse rinforzerà un poco quei punti colpiti dal vento, ma solo se necessario: non dovrà nemmeno mostrarsi debole. E quando la tempesta farà rintanare tutti i suoi avversari, lui si compiacerà nel vederli fuggire terrorizzati e poi riderà delle loro debolezze, senza offrire nessun aiuto, cinicamente forte nella sua perfezione.
Ah, che cosa meravigliosa la vita! Soggiogherà a sé tutti i deboli che gli si avvicineranno, forse senza nemmeno accorgersene, o forse attirati da qualcosa, magari dalla sua forza, dalla sua sicurezza. Avrà tutto quello che gli servirà, senza sforzi, senza fatica: delle linee invisibili, da lui precedentemente tessute, porteranno a sé tutti i risultati che altri faticosamente andranno a cercare, cercando nella propria vita come api in cerca di fiori. Ma lui no, lui i fiori li avrà già con sé: e anche le api, anzi! Tutto quello che dovrà fare sarà rilassarsi e stare attento che la sua costruzione, la sua opera d’arte, quel capolavoro che lo renderà così forte, stare attento che non crolli, non si danneggi, adattarlo quel che basta a mantenerlo immutato e perfetto. Resterà mente e corpo al centro della tela, sentirà ogni minima vibrazione e agirà di conseguenza. Si guarderà attorno con i suoi otto occhi, pur senza avere nessun bisogno di guardare: anzi, sentirà tutto con le sue otto zampe, immobile ma pronto a scattare al minimo cenno di movimento. Quante mosche si impiglieranno così volentieri in quel suo capolavoro che gli darà di che vivere per sempre! Quanti sciocchi insetti troveranno la morte in quel che lui avrà così faticosamente costruito in vita! Sì. Lui, l’unico, grande, inimitabile e onnipotente, saldo in una tempesta di sciagure, legato stretto ai suoi immutabili valori perfetti e assoluti come la pioggia!
 Questo pensava guardando gli altri muoversi ed esplorare un mondo pieno di varietà sotto un sole ridente e primaverile, vedendoli amarsi ignari dell’alone di morte che li circondava. Così andrà. Così deve andare.

venerdì 24 marzo 2017

Avete presente...?

Avete presente quei momenti, ricorrenti in quasi tutte le serate con amici, in cui ci si sente improvvisamente soli e lontani da tutti nonostante si sia in mezzo alla gente? Bene: la mia storia inizia da uno di questi momenti. È una storia qualsiasi, di quelle che accadono senza che nessuno se ne accorga, nemmeno chi ne è protagonista; eppure queste storie accadono, e per soddisfare non so quale sfizio vi racconterò la mia.
 Ero, dicevo, in una di quelle occasioni speciali nelle quali si deve assolutamente uscire e per le quali si manifesta sempre una grande gioia, indipendentemente da cosa si vuole fare realmente, e cercavo di confondere la mia tristezza con l'euforia generica cui nessuno fa caso alle feste. In fondo è facile fingersi felici quando si è tristi: basta esasperare il proprio comportamento a tal punto da rendersi irriconoscibili, così che tutti ti riconoscano per quello che non sei. Non ha molto senso, lo so, ma che ci volete fare? Ero a una festa, quindi ero sballato.
“Questo” dicevo a un mio amico mentre mi versavo l’ennesimo drink “è esattamente il tipo di pensieri che si hanno solo da ubriachi, e che ti sembrano profonde verità, ma solo perché sei ubriaco. Credo sia per questo che la gente crede che l’alcool riveli la verità. Un ubriaco può credere a qualunque cosa e renderla profondissima nella sua mente, mentre da sobrio questo processo è impossibile.” Come al solito vaneggiavo, ma non era importante: nessuno ascolta quel che dici alle feste. A dire il vero nessuno fa caso a quello che dici e fai, tanto che sembra che uno possa venire a una festa e poi starsene in silenzio in un angolo per tutto il tempo, ma se lo fai davvero sei un guastafeste. Devi venire e divertirti, ma non importa chi tu sia né come tu lo faccia. Una volta provai a non andare a una festa cui avevo dato per certa la mia partecipazione: non solo la cosa mi fu rinfacciata a vita, ma tutti mi garantirono che la serata era andata per il meglio, quasi che la mia assenza avesse solo migliorato le cose. Ma naturalmente ero mancato a tutti e alla prossima festa sarei dovuto assolutamente venire.
 Ero avvolto in questa nebbia di pensieri, da cui ogni tanto facevo emergere qualche relitto che condividevo con chi mi stava attorno, quando a un tratto il mio amico mi interrompe e mi fa “La vedi quella ragazza laggiù?”
 Apro una parentesi: mi rendo conto solo ora che parlare di una storia che mi riguarda senza prima presentarmi un minimo rende il tutto un po’ insensato e forse anche noioso. Dunque, sono un ragazzo cresciuto a X, figlio di tal de tali, che ha sempre apprezzato la compagnia di un buon numero di amici. Alcuni di questi miei amici ultimamente si erano messi in testa di trovarmi una dolce compagnia, non so per quale motivo: forse perché tutti loro l’avevano, o perché alla nostra età è consuetudine che uno faccia certe cose, o forse ancora per divertirsi un po’ con qualcosa di nuovo come fanno spesso gli adolescenti annoiati. Dovete anche sapere che io avevo un piccolo vizio, caratteristico di me in particolare, che seguivo da qualche anno a questa parte e che seguo tuttora: ogni volta che salivo o scendevo dei gradini, evitavo accuratamente di calpestare il secondo. Era una di quelle particolarità insensate che rendono unica la nostra personalità, e che ci decidiamo arbitrariamente di tanto in tanto per distinguerci da chi ci è più vicino: per questo due persone identiche possono crescere solo in ambienti separati, e i sosia di noi stessi si trovano sempre all’altro capo del mondo. Solo che all’altro capo del mondo c’è l’Oceano Indiano.
“La vedi quella ragazza laggiù? Potrebbe fare al caso tuo. È simpatica...” -il che è da sempre la classica scusa per appiopparti chiunque: guardatevi da chi vi dice “ho conosciuto un tipo molto simpatico, stasera te lo presento, dai”- “...è simpatica, e ha un segno particolare che credo ti piacerà: quando sale le scale salta sempre il primo gradino.” Ecco, la storia vera e propria in effetti iniziava qui, e credo sia facile da immaginare: la ragazza assunse subito ai miei occhi una luce quasi angelica, e dopo un breve corteggiamento siamo finiti insieme. Insomma, quando poteva ricapitarmi un’occasione simile? Una ragazza bella, intelligente e simpatica che per di più condivideva anche i miei stessi gusti, tanto che anche lei ogni volta saltava un particolare gradino di ogni scalinata! Cosa volere di più? Inutile dire che eravamo in perfetta sintonia, stavamo sempre insieme, condividevamo ogni cosa, a un certo punto del nostro rapporto eravamo a un gradino dallo sposarci e vivere per sempre insieme. Peccato che quel gradino fosse proprio il secondo.
In effetti, per una serie di motivi che non sto qui a spiegare, dopo qualche tempo la ragazza iniziava a venirmi a noia, lei e quella sua strana mania con il primo gradino. Insomma, chi al mondo poteva mai avere un vizio così assurdo? Perchè diamine doveva esasperarmi ogni volta con questa storia che il primo gradino non andava toccato? Come se ci fosse una buona ragione per farlo, poi! Iniziammo a litigare sempre più di frequente e per motivi sempre più futili, smettendo di parlarci per intere giornate. Per farla breve, dopo qualche mese avevo già mandato al diavolo lei e tutto quel che la riguardava, e per dimenticarla, naturalmente, mi invitavano a decine di feste ogni settimana.
 Ero proprio a una di queste immancabili occasioni di festa quando di nuovo mi si avvicina quel vecchio amico che già una volta mi aveva messo nei guai presentandomi quella sciagurata. “Non è andata molto bene con la tipa, eh?” E io lì, ad annuire senza neanche rispondergli mentre mi versavo un altro drink. “Non ti preoccupare; ho conosciuto qualcuno che te la farà dimenticare. La vedi quella ragazza laggiù?” E mi indica una tipa in un angolo, sorridente. “Credo che questa faccia proprio al caso tuo. È simpatica intelligente, e in più ha una particolarità che sicuramente apprezzerai: quando sale le scale salta sempre il terzo gradino.” E io d’improvviso mi giro verso il mio amico, con un sorriso timido che già mi si allarga sulla faccia; guardo la ragazza, i nostri sguardi si incrociano… E il resto è una storia tuttora in procinto di essere scritta.
 Avete presente quei momenti, ricorrenti in quasi tutte le serate con amici, in cui ci si sente improvvisamente soli e lontani da tutti nonostante si sia in mezzo alla gente? Bene: in questi momenti, fatevi un favore, e invece di servirvi un altro drink e andare a festeggiare, guardatevi intorno, sceglietevi un angolo oscuro e inosservato e dirigetevi lì. E restateci.

venerdì 24 febbraio 2017

Poesia

La poesia é come un fiore
marcio, rotto come un quadro
di Kandiskij, strappato come
il volto di una donna rigato
dalle lacrime, in posa
sulla tomba marmorea della vita.

lunedì 20 febbraio 2017

無题

I suoi capelli profumati d'ambrosia ondeggiavano ai soffi leggeri di un vento caldo. Gli piaceva camminare nella città deserta all'ora del meriggio quando tutto il popolo desinava con pietanze semplici e puzzolenti. Lo avevano sempre disgustato le convinzioni sociali che ci fosse un'ora prestabilita per i pasti che ci fosse un'ora prestabilita per le funzioni religiose che la vita di ogni singolo uomo fosse tesa alla creazione di una pulciosa famiglia e poi giungere felici e ormai decrepiti alla dolce morte. Lui no, non voleva e non avrebbe vissuto in questo modo, in realtà non avrebbe vissuto punto. Ma questa è un'altra storia. Lui voleva amare, amare e basta. Al centro dei suoi desideri c'era una graziosa fanciulla dalla pelle olivastra di cui si era follemente innamorato quando l'aveva notata durante la funzione del sabato, gli era apparsa in quel momento in tutto il suo splendore in quel vestitino leggero che lasciava intravedere i seni ancora vergini. Mentre era immerso in questi erotici pensieri accadde qualcosa che non era previsto, nel vicolo buio in cui era entrato come tutti i giorni per soddisfare la sua sete di autoerotismo, c'era qualcuno, sentì un dolore alla nuca e poi buio. Nell'Abisso di sofferenze in cui sprofondò gli sembrò di percepire un vociare confuso, quello che sembrava essere il suo sangue gli otturava gli occhi e l'odore del sudore misto alle lacrime gli flagellava le narici.

Nel buco umido nel quale si risvegliò dopo la tortura si ritrovò stranamente eccitato e in quel momento di solitudine, in cui una morte di stenti incombeva pesantemente sulla sua anima si accorse che l'unica cosa che gli avrebbe provocato piacere erano proprio quegli orrendi fori che gli deturpavano le mani e che tre giorni prima, ora ricordava, gli avevano procurato così tanto dolore.

(Da Neottopoieore)

venerdì 10 febbraio 2017

Condizioni di esistenza

Qui giace la giustizia e l'onore.
Qui giacciono gli altrui pensieri e gesti, che così danno spazio ad altri che sono più oggettivi, più pratici.
Qui giace l'ego e sorride Pirandello ed i suoi simili, avvezzi allo scherzo.
Finalmente lo spazio viene concesso ed i luminari si fanno spavaldi nell'antro oscuro e polimorfo.
Nulla più va lasciato al caso, poiché qui si arriva e qui si agisce, e nulla più è davvero al sicuro sotto le ali del dubbio.
Eppur, la premessa è che il dubbio debba qui essere il più presente.

(Scritto da un collaboratore esterno)

martedì 24 gennaio 2017

I becchini.

“Allora, hai finito di scavare?”
“Non ancora. Ci vorrà un mucchio di tempo per seppellire questo dannato coso.”
“Inutile lamentarsi, lo sai. Siamo becchini e questo è un morto. È naturale che finisca così. Anzi, più che naturale direi… Destinale. Sì, è proprio destinale che finisca così.”
“Dì un po’, Gorbaciov, da quant’è che ti sei messo a fare il filosofo?”
“Più o meno da… Mai. I filosofi non si guadagnano da vivere. I becchini invece sì.”
“E allora piantala di dire baggianate e scava la tua parte.”
“Guarda che sei tu quello in ritardo col lavoro.”
“Ma dobbiamo davvero scavare così tanto? Questa fossa è già enorme!”
“Guarda che quello lì era un pezzo grosso. Dì, l’hai mica visto tu il cadavere?”
“No.”
“Nemmeno io, però ho visto la bara. La più grossa che abbiano mai fatto, sicuramente.”
“Quella l’ho vista pure io: era tutta fatta di legnacci diversi, sembrava quella di un vagabondo.”
“E invece ti sbagli, Aristotele! Era un tipo sensazionale, pare. Gentile e disponibile con tutti, simpatico, non troppo aristocratico né troppo volgare, in qualche modo faceva tutti contenti.”
“Eppure l’hanno ammazzato.”
“Eh sì. Brutta storia. Hanno incolpato un gruppo di immigrati, poi. Ma dì, hai finito?”
“Ci sono quasi.”
“E allora perché te ne stai lì a fissare la pala senza fare nulla?”
“Cerco di ricordarmi come avevo iniziato, ma non mi torna in mente.”
“Perché non hai iniziato tu, imbecille. L’ho fatta io la prima parte.”
“Sarà. In fondo è giusto così: io sono un necroforo, e in quanto tale devo essere io a finire.”
“Ecco, bravo. Peccato sia un beccamorto pure io.”
“Non ha importanza. Ho finito, ormai.”
“Sicuro sia abbastanza grande?”
“Diavolo! Anche se non lo fosse, mi rifiuto di riprendere a usare quella vanga, se non per spaccartela sul muso!”
“Va bene, sta’ calmo. Toh, prendi la lapide.”
“Ma manca la data!”
“Come manca la data? Che data?”
“Nascita e morte! Mica possiamo mettere una lapide senza date!”
“E su, metti Sessanta-Duemila, chi vuoi che controlli tanto...”
“Che è, uno muore quindici anni fa e noi lo seppelliamo solo ora?”
“E allora? Ho fatto le mie sepolture migliori con cadaveri già putrescenti, e anche tu.”
“Quando hai ragione hai ragione. Muoviamoci a finire qui e andiamocene, che sta anche per piovere.”
Due ore dopo, a notte fonda, un lugubre raggio di luna piena si faceva strada attraverso gli squarci tra le nubi cariche di pioggia per illuminare, in un piccolo e tetro camposanto, una lapide che recava scritto così:
“QUI GIACE L’ENNESIMA VITTIMA DEL RAZZISMO.
PERSONAGGIO SENSAZIONALE, FONDAMENTALE NELLA VITA DI MOLTI,
DIEDE TUTTO SE’ STESSO PUR DI AIUTARE GLI ALTRI,
SPECIALMENTE I POVERI E I VAGABONDI.
VERRA’ RICORDATO SEMPRE COME
UNA DELLE PIU’ GRANDI FIGURE
DEL SECOLO PASSATO.
R.I.P. AUTOSTOP.”

giovedì 19 gennaio 2017

ADE®

Per questo racconto dobbiamo chiedere ai gentili lettori di avere pazienza, poiché dovremo portarli fin nelle viscere della terra solo per trovare qualcosa che scopriranno essere a loro portata di mano. Chiediamo quindi anticipatamente scusa a tutti se, anche dopo aver sopportato la fatica di questo viaggio immaginario, il racconto non li soddisferà, o la narrazione sembrerà blanda, o il contenuto risulterà offensivo, o comunque se in qualche modo avremo urtato la vostra suscettibilità virtuale in qualunque maniera, giacché questo non è assolutamente il nostro intento.
Ci troviamo, dicevamo, nelle viscere della terra: nel luogo in assoluto più freddo, brutale e inospitale che ci sia al mondo, e anche in tutti i posti attorno. Uno di quei luoghi di cui si narra nelle favole per bambini, nei libri sacri e in simili opere letterarie, che fanno di solito da casa per lupi, stregoni, spettri, demoni, spiriti, dei e altre creature fantastiche. Anche questo luogo oscuro e sgradevole è in effetti abitato da qualcuno: ci si trova difatti un anziano signore, attempato ma sempre arzillo, unico proprietario di una prolifica azienda vecchia quasi quanto lui, serio lavoratore, ambizioso ma sempre attento ai bisogni e ai desideri di tutti. E con lui vivono tutti i suoi dipendenti, gente seria, impegnata nel proprio lavoro e pronta a portarlo a fondo a qualunque costo, più tutta la servitù e i clienti e anche qualche altro strano personaggio di passaggio. Insomma, questo luogo oscuro e sgradevole è in realtà uno dei più affollati di tutto il mondo, e il vecchietto di cui parliamo è uno dei signori più occupati che ci siano. Il suo nome, nel caso ve lo foste chiesto, è Lucifero, e la sua azienda è l’Associated Devils Enterprise (ADE), ma sono entrambi chiamati in molti altri modi: Satana, Belzebù, Demonio, “lo ‘mperador del doloroso regno” ecc. ecc.. Al tempo di questo racconto, comunque, il distinto signor Lucifero era nella sala riunione dell’ADE e aveva convocato i dirigenti più importanti per un rapporto sull’andamento degli affari. Girava attorno al grande tavolo al quale erano seduti tutti i dirigenti e ascoltava, serio in volto, tutto ciò che gli dicevano, annuendo di tanto in tanto per mostrare la sua approvazione. I suoi sottoposti invece erano tutti molto nervosi, e non li si può biasimare: avendo Lucifero com’è noto “tre facce a la sua testa”, è sempre difficile capire dove bisogna guardarlo quando gli si parla. E la riunione proseguiva con calma:
Il signor Homon Sal, un vecchio di inequiparabile saggezza, garantiva che gli umani erano ancora tormentati dai più grandi dubbi esistenziali, e il suo reparto continuava a sfornare letterati e filosofi che tenessero l’umanità angosciata dall’assenza di ideali e valori.
Il dottor A.B.Raham mostrava come prova del disfacimento delle famiglie mortali un pranzo di Natale in cui ansie, odio e sotterfugi condivano l’arrosto ed era fiero nell’elencare le famiglie distrutte quell’anno.
L’egregia e stimata signorina Lilith, assieme alla sua seconda Eva, sostenevano di prodigarsi perché non ci fosse più traccia di relazioni felici in tutto il mondo, e Lucifero come sempre encomiava i loro sforzi.
Don Mow Sis era convinto che non vi fosse quasi più nessuno confortato dalla religione e che il suo reparto aveva ancora il pieno controllo della Chiesa e delle sue depravazioni.
Joe Shua si assicurava che gli umani continuassero a uccidersi a vicenda in guerre lunghe e sanguinose, Davide faceva sì che il perdono restasse solo un’usanza del passato, e così via insomma tutti i presenti si assicuravano che le cose andassero per il meglio, pardon, per il peggio tra gli uomini in ogni parte del mondo. Anche il vicepresidente, un cocco di papà che era antipatico a tutti lì, persino a Lucifero, ma era stato raccomandato dalla sua famiglia influente e dunque ricopriva quella carica, anche lui guardava con soddisfazione come tutto andasse avanti senza il suo intervento: l’ultima volta che era salito sulla terra aveva fatto un po’ di casino, quindi ora si limitava a coordinare i vari reparti. Nonostante tutto andasse a gonfie vele, però, il Grande Capo non sembrava affatto contento. Continuava a girare e a fare smorfie con le sue tre bocche, e annuiva solo automaticamente, senza crederci davvero, come se ci fosse qualcosa che lo disturbasse. Infine saltò sul tavolo infuriato e gridò: “Basta! Ma insomma! Sono stanco di vedervi tutti così felici e compiaciuti! Dov’è finita l’innovazione? Dov’è l’estro artistico? Siamo l’Inferno, non un vecchio ufficio polveroso e deprimente! Quelle cose lasciatele agli umani!”
Nessuno fiatò, ovviamente. Persino quello sprovveduto del vicepresidente riconobbe che stavolta il capo era davvero arrabbiato.
Ci vuole qualcosa di nuovo, qualcosa di grande!” proseguì Lucifero “Qualcosa che lasci finalmente tutti gli umani senza nessuna speranza, che li atterri in ogni momento e in ogni luogo e che ci consenta di intervenire quando e come vogliamo! La Chiesa da sola non basta, devo inventarmi qualcos’altro. Qualcosa di superiore, che tenga gli uomini in uno stato di paura perenne, che possa defraudarli dei loro stessi beni, che non lasci altro scampo che quello di sottomettersi, che...” si interruppe, folgorato da un’idea illuminante. Un gran sorriso gli si allargò su tutte e tre i volti e scrutò con attenzione i suoi sottoposti, chiedendosi che di loro sarebbe stato adatto all’incarico che aveva in mente. Decise infine di occuparsene personalmente.
Qualche giorno dopo, in una delle più grandi città degli uomini, tutti si accalcavano attorno a un nuovo edificio sorto come per mistero proprio nel mezzo del centro cittadino. L’edificio era grande, bello, pulito, e faceva davvero un’ottima impressione. I primi che entrarono si trovarono davanti a un signore un po’ attempato, ma sorridente e dall’aspetto assai cordiale, che li guardò con serenità e li salutò tranquillo. Dietro di lui c’era un grande cartello con su scritto “PD – Partito Democratico”.

martedì 17 gennaio 2017

Storia zen

"Gran maestro il cui nome nemmeno di pronunziare siamo degni, siamo saliti su questo monte dall'aria pura per placare la nostra sete, ferma la nostra arsura, rivelaci il mistero dell'universo ".
Turbato nella sua comunione col mondo, il saggio scrutò  i suoi interlocutori, e vide che li amava. Da sotto la lunga barba lasciò uscire queste parole: "come vi chiamate?"
"O grande saggio, il mio nome è San Jao Fang e questi sono i miei fedeli compagni, Shui e Huo e siamo saliti su questo monte dall'aria pura per placare la nostra sete, ti imploriamo, ferma la nostra arsura". Il vecchio scrutò i loro cuori, e vide che li amava. Così iniziò il suo mito. "In principio tutto era perfetto. Nel Caos, Dio era l'Universo e l'Universo era Dio. Un enorme serpente che viveva negli angoli più remoti del cuore di Dio, si separò da lui. Separandosene, lo vide e se ne innamorò. Mentre Dio dormiva, il serpente si avvinghiò al suo possente membro e ne trasse il seme, che custodì per tre giorni e tre notti sotto la lingua. Il quarto giorno il serpente divenne fecondo, e partorì la Luna. Dio vide la luna e seppe nel profondo della sua anima che era cosa buona, e decise di creare il Sole. Il Sole si innamorò della Luna e chiese a Dio di potersi unire in matrimonio con lei.
Dio, conoscendo che l'Universo era ormai corrotto, acconsentì, ma impose che la loro unione fosse casta. I giorni tra il Sole e la Luna trascorrevano felici, ma la Luna, che era nata dalla fecondità di Dio, sentiva il bisogno di generare una discendenza. Il Sole rispettava Dio, e non avrebbe mai trasgredito i suoi ordini. Sapendo questo, la Luna tramò un piano con suo padre, il serpente. Egli, dalle ultime gocce rimaste del seme di Dio, creò il vino. Una sera, mentre la Luna ed il Sole parlavano con Dio, la Luna offrì in dono a Dio il vino. Si trattava di un vino sacro, molto più forte di quello degli uomini. Bastò un solo bicchiere e Dio si ubriacò.  La Luna sfrutto quindi il momento per chiedere a Dio una discendenza, ed egli - coll'animo annebbiato dal nettare divino- acconsentì. Allora Dio, che nemmeno  in stato di ebbrezza può negare i suoi comandi, per preservare la castità della Luna, con un tuono fragoroso creò il mondo, gli animali e gli uomini. Il mattino seguente Dio vide che ciò che aveva fatto, e vide che il Caos aveva perso la sua perfezione. Dio vide gli uomini e vide che li amava, ma vide che gli uomini avevano inventato il sesso. Dio li disprezzò per questo". 
Il vecchio saggio accennò un sorriso impercettibile, e queste furono le ultime parole che rivolse ad un mortale:
"Dio disprezzava il sesso e decise di donare agli uomini una forma di Amore più pura, che li avvicinasse a lui.
Fu così che Dio creò i piedi di Uma Thurman".

giovedì 12 gennaio 2017

Cronache del capitalismo

C’era una volta un albero. Anzi, per la precisione non si trattava di un comune albero, ma di un raro esemplare di palma siriana, una specie rarissima e quasi scomparsa. Anzi, a dirla tutta, la specie è scomparsa: questo albero di cui vi parlo era proprio l’ultimo rimasto.
Quest’albero, insomma, era un albero del tutto particolare, per non dire unico, e sapeva di esserlo: anzi, non solo lo sapeva, ne aveva la certezza assoluta! Perché, chiederete voi? Si da il caso che ci fu una volta (anni orsono) in cui quest’albero stava per essere abbattuto da un qualche maligno essere a due zampe, senza chioma né foglie e con una corteccia rosa che solo a guardarla faceva venire ribrezzo, e persino l’essere sembrava capirlo, visto che l’aveva coperta come meglio poteva con drappi scuri e austeri. Questo Coso (ché certamente non sapremmo trovare un modo migliore per definirlo) desiderava togliere di mezzo il nostro albero in nome di una strana cosa chiamata “progresso”. La palma aveva fatto ciò che ci si aspetterebbe da un albero qualsiasi (eccetto forse quei nichilisti dei pini, con quelle loro teorie rivoluzionarie sull’andare al di là delle stagioni per diventare un Superalbero che non perda mai le foglie): aveva pianto con le radici, scosso le foglie al vento, corrugato la sua corteccia e persino mosso un poco il tronco per protestare e tentare di salvarsi, ma nonostante ciò lo strano essere era stato talmente maligno da ignorare totalmente le sue pur così evidenti proteste. Si era ormai rassegnato a cadere martire per questo signor Progresso (ed era forse entrata in lui un po’ della folle consapevolezza dei pini), finché all’improvviso arrivò un’altra creatura a due zampe, molto simile alla prima ma con una lunga chioma bionda e arruffata e panni di colori molto più allegri sulla corteccia rosa, la quale, preso un curioso aggeggio di ferro molto lungo, si strinse forte contro la palma e iniziò ad agitarsi e a muoversi con quei suoi strani rami, scuotendo la chioma. I due Cosi litigarono, o almeno così sembrò all’albero, e mentre lo facevano questi li studiò meglio per capire che esseri fossero: si convinse che quello con la chioma doveva essere in qualche modo imparentato con un faggio, perché aveva due nodi bianchi proprio sotto la chioma con delle grosse venature rosse che ricordavano proprio le foglie di quest’albero; l’altro, invece, lo associò a un pino o a un abete, sia perché lo aveva preso in antipatia sia perché aveva quei panni molto scuri sopra la corteccia che ricordavano un po’ gli abeti neri delle montagne. Comunque, dopo che ebbe finito di studiarli, il quasi-abete se ne andò tutto rosso e agitandosi tutto mentre il quasi-faggio si strinse intorno alla palma come per abbracciarla e fece di nuovo degli strani versi. Lo aveva appena salvato! Incredibile! Ma perché? Poteva esserci solo una spiegazione: egli era tremendamente importante per tutti i quasi-faggi, anzi, probabilmente per tutti i Cosi con la chioma!
Passarono diversi anni, la palma crebbe ed ebbe tempo per riflettere su ciò che era successo. Si convinse sempre di più di essere fondamentale per i Cosi, tanto più che non arrivò più nessun quasi-abete a molestarlo e neppure il signor Progresso si fece più sentire. Egli era sicuro che anche se fosse stato minacciato da qualcos’altro, fosse anche una di quelle palme impazzite che si facevano saltare in aria di tanto in tanto, un quasi-faggio sarebbe arrivato e lo avrebbe protetto e abbracciato di nuovo. Sì, doveva essere così: egli era ormai invulnerabile da qualunque minaccia, grazie all’aiuto dei grandi Cosi con la chioma! Gli era talmente grato che ogni volta che uno di loro passava nelle vicinanze lui lo salutava frusciando dolcemente le sue foglie e a volte addirittura piegava un poco il tronco per produrre quello scricchiolio tanto gradito a tutti gli alberi. Trascorreva così le sue giornate in questa dolce sicurezza di essere protetto da tutto e da tutti, amando i Cosi per la loro gentilezza e ringraziando quel beneamato quasi-faggio che ora sentiva come suo onnipresente protettore che lo avrebbe salvato da ogni cosa: era, insomma, una palma felice.
Passò un giorno di lì un contadino con un’ascia che cercava un po’ di legna per la sua famiglia. Udì un sinistro scricchiolio e si voltò, trovando davanti a sé una grossa palma. Senza pensarci due volte, prese in mano la sua scure e in pochi colpi la abbatté, lasciando solo un largo ceppo sul quale per scherzo incise le parole “Abbasso il progresso”.

martedì 10 gennaio 2017

Il fuoco

Banalità. Ecco cosa vedo ogni giorno. Banalità che si affacciano su una scena di grigiore e piattezza con la stessa consistenza di un banco di nebbia. Una colonna di fumo di banalità che si erge infinita e sempre dritta, senza mai variare, verso un raccapricciante cielo di un monotono azzurro indaco smorto, fin troppo spesso coperto da coltri di smog che queste stesse colonne di fumo contribuiscono a creare. Persino in strada si percepisce questa finissima polvere fumosa di banalità, che copre solo leggermente la vista ma entra nei polmoni, nel sangue e nella mente di ciascuno di noi, ingrigendo l’esistenza. Come se ci si provasse gusto ad essere tutti una grande nube di fumo attraversata solo di tanto in tanto da un effimero raggio di sole.

E non è un caso, no: io lo vedo ovunque. È come se ogni singola cosa nell’ambiente che ci circonda stesse andando a fuoco. Non solo case, uffici e palazzi, ma anche strade, giardini, monumenti; e da lì il fuoco si sparge ad ogni cosa, e brucia sempre di più e sempre più in largo, ovunque, e il fumo raggiunge proporzioni epiche, colossali, gigantesche, enormi. Si vede soprattutto nell’arte. L’ho notato nel corso degli anni: è come se ultimamente ogni opera d’arte fosse solo una fiamma che si consuma da sé creando null’altro che un’enorme fiumana di banalità. Credo venga dagli uomini. Gli uomini d’oggi sono una fiamma semovente che si consuma e muore dentro producendo null’altro che fumo. L’arte è lo specchio della loro anima, e per questo brucia più di ogni altra cosa. Fateci caso: camminando per le strade cercate di spingere l’occhio a notare quei piccoli dettagli rivelatori che ci circondano ma a cui raramente restiamo attenzione. Osservate, osservate attentamente tutto quel che vi sta attorno. E soprattutto osservate gli uomini. Uomini che camminano furiosamente, rossi in volto, e si muovono di qua e di là tentando disperatamente di spegnere quei piccoli incendi esistenziali che vedono attorno a sé, senza accorgersi che la fiamma che brucia di più è proprio dentro di loro, e sono loro stessi a dare fuoco ad ogni cosa.

Osservate tutto ciò e capirete. Come, capiremo cosa? Capirete che a questa fiamma non c’è scampo.



lunedì 9 gennaio 2017

La sveglia

In una piccola stanzetta buia, con poco mobilio e ancor meno spazio dove metterlo, stava il protagonista di questo breve racconto. Costui era un personaggio piuttosto modesto, di umili origini e ancor più umile carattere: in effetti, come spesso succede anche al giorno d'oggi, era a tal punto umile e gentile che si lasciava spesso sfruttare dagli altri. Ma non gli importava granchè: faceva il suo lavoro come meglio poteva farlo e passava tutta la giornata nella sua stanzetta, tranquillo e soddisfatto, vivendo costantemente solo per quello. Suo padre era morto lavorando in fabbrica e sua madre ancora ci lavorava: a lui non era rimasto altro che dedicarsi anima e corpo al suo modesto lavoro. E così faceva.
Poichè il suo lavoro nemmeno gli occupava tanto tempo, egli passava l'intera sua giornata a prepararsi al momento in cui poteva adempiere al suo dovere, in modo da compierlo in maniera inoppugnabile ed essere magari, in qualche modo, chissà, forse, un giorno, discretamente e silenziosamente promosso ad un lavoro migliore, con qualche soddisfazione in più. In fondo non chiedeva molto. Ogni mattina la trascorreva pensando costantemente e dediziosamente al suo incarico, soppesandone rischi e vantaggi (per quanto piccoli e insignificanti potessero sembrare) e riflettendo su come meglio potesse agire in determinate circostanze, cercando di prevedere tutto il possibile nella sua piccola e umile mente. Ogni volta che, pensando e immaginando, si imbatteva in una situazione particolare o dubbiosa, o si ricordava di un qualche dettaglio che avrebbe potuto aiutarlo o sarebbe potuto essergli d'ostacolo, egli si faceva un piccolo appunto mentale e si proponeva di risolvere ogni cosa appena messosi al lavoro. Il pomeriggio, poi, dopo un pasto frugale e pressochè inconsistente, si faceva ancor più ossessionato: non riusciva a pensare ad altro che al suo lavoro, e torcendosi la mente si chiedeva quasi con timore se potesse davvero fare tutto come voleva e doveva, se l'incarico non fosse al di là delle sue umili capacità, se non ci fosse davvero null'altro da preparare o a cui pensare, e continuava in una serie infinita di pensieri quasi assurdi per prepararsi ad affrontare anche la più improbabile delle situazioni. La sera il suo coinquilino tornava dal lavoro e dava un'occhiata per assicurarsi che egli stesse bene, ma soprattutto per controllare che fosse pronto ad adempiere al suo incarico di lì a poche ore.
La notte era un'angoscia. Non riusciva mai a prender sonno e passava il tempo scandendo le ore, i minuti, persino i secondi, attimo dopo attimo nella tormentosa attesa del suo culmine, il suo momento di gloria: presto sarebbe arrivata la sua ora e tutto doveva essere perfetto, tutto pronto, nulla lasciato fuori posto. Chiedeva la perfezione, nulla di più e nulla di meno, seppur nella sua umile realtà.
E ogni volta, dopo un'interminabile attesa, infine, ecco arrivare l'alba. Eccola davvero! Prorio ora? Sì! O forse si sbagliava? No, no, eccola! Adesso! Era pronto! Ora o mai più! Era il suo momento!
La sveglia risuonò con un lungo trillo acuto e liberatorio, segnalando l'inizio della giornata di lavoro. Si sentì qualche mugugnio e poi qualche imprecazione, e infine qualcuno si alzò pigramente per spegnerla e alzarsi ancora una volta, per affrontare l'ennesimo ciclo giornaliero. Cara, vecchia sveglia...