In una piccola stanzetta buia, con poco mobilio e ancor meno spazio dove metterlo, stava il protagonista di questo breve racconto. Costui era un personaggio piuttosto modesto, di umili origini e ancor più umile carattere: in effetti, come spesso succede anche al giorno d'oggi, era a tal punto umile e gentile che si lasciava spesso sfruttare dagli altri. Ma non gli importava granchè: faceva il suo lavoro come meglio poteva farlo e passava tutta la giornata nella sua stanzetta, tranquillo e soddisfatto, vivendo costantemente solo per quello. Suo padre era morto lavorando in fabbrica e sua madre ancora ci lavorava: a lui non era rimasto altro che dedicarsi anima e corpo al suo modesto lavoro. E così faceva.
Poichè il suo lavoro nemmeno gli occupava tanto tempo, egli passava l'intera sua giornata a prepararsi al momento in cui poteva adempiere al suo dovere, in modo da compierlo in maniera inoppugnabile ed essere magari, in qualche modo, chissà, forse, un giorno, discretamente e silenziosamente promosso ad un lavoro migliore, con qualche soddisfazione in più. In fondo non chiedeva molto. Ogni mattina la trascorreva pensando costantemente e dediziosamente al suo incarico, soppesandone rischi e vantaggi (per quanto piccoli e insignificanti potessero sembrare) e riflettendo su come meglio potesse agire in determinate circostanze, cercando di prevedere tutto il possibile nella sua piccola e umile mente. Ogni volta che, pensando e immaginando, si imbatteva in una situazione particolare o dubbiosa, o si ricordava di un qualche dettaglio che avrebbe potuto aiutarlo o sarebbe potuto essergli d'ostacolo, egli si faceva un piccolo appunto mentale e si proponeva di risolvere ogni cosa appena messosi al lavoro. Il pomeriggio, poi, dopo un pasto frugale e pressochè inconsistente, si faceva ancor più ossessionato: non riusciva a pensare ad altro che al suo lavoro, e torcendosi la mente si chiedeva quasi con timore se potesse davvero fare tutto come voleva e doveva, se l'incarico non fosse al di là delle sue umili capacità, se non ci fosse davvero null'altro da preparare o a cui pensare, e continuava in una serie infinita di pensieri quasi assurdi per prepararsi ad affrontare anche la più improbabile delle situazioni. La sera il suo coinquilino tornava dal lavoro e dava un'occhiata per assicurarsi che egli stesse bene, ma soprattutto per controllare che fosse pronto ad adempiere al suo incarico di lì a poche ore.
La notte era un'angoscia. Non riusciva mai a prender sonno e passava il tempo scandendo le ore, i minuti, persino i secondi, attimo dopo attimo nella tormentosa attesa del suo culmine, il suo momento di gloria: presto sarebbe arrivata la sua ora e tutto doveva essere perfetto, tutto pronto, nulla lasciato fuori posto. Chiedeva la perfezione, nulla di più e nulla di meno, seppur nella sua umile realtà.
E ogni volta, dopo un'interminabile attesa, infine, ecco arrivare l'alba. Eccola davvero! Prorio ora? Sì! O forse si sbagliava? No, no, eccola! Adesso! Era pronto! Ora o mai più! Era il suo momento!
La sveglia risuonò con un lungo trillo acuto e liberatorio, segnalando l'inizio della giornata di lavoro. Si sentì qualche mugugnio e poi qualche imprecazione, e infine qualcuno si alzò pigramente per spegnerla e alzarsi ancora una volta, per affrontare l'ennesimo ciclo giornaliero. Cara, vecchia sveglia...
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