Filantropi, vegani, animalisti, democratici, ma anche semplicemente persone simpatiche e dalla personalità smussata per la gentilezza.
Noi non lo siamo.
giovedì 30 marzo 2017
黑。
Siamo tutti morti. Morti, morti viventi, zombie, scheletri, cadaveri putrefatti che camminano, si muovono e tentano di sfuggire al decadimento del proprio corpo. La morte è una carogna che ci sta sempre dietro con la falce in mano, pronta, docile e addomesticata come la nostra ombra, inarrestabile e irraggiungibile come il sole. Ogni tanto uno se ne va, così, o più semplicemente si ferma, e noi lo osserviamo cadere. Piangiamo. Non c’è nulla di più naturale. Piangiamo per chi si ferma e non per chi persevera in questa orribile putrefazione. Se poi ci era vicino, tanto peggio per noi: piangiamo ancora di più, e tutti ci guardano e ci offrono una spalla su cui piangere, e piangono con noi, ed improvvisamente tutto è un pianto, e anche la morte piange, ma la sua falce ride. Piangiamo per chi si ferma e poi torniamo a muoverci. È questa la cosa più orribile: il movimento. Quando uno è triste, quando davvero sente nel cuore l’angoscia della perdita, il vuoto del dolore, l’ultima cosa che vuole fare è muoversi: resta fermo fossilizzato a osservare il nero che vede in sé stesso. Questo nero è arte, la più pura e la più grande opera d’arte che possiamo produrre. Tutto ciò che facciamo d’altro non conta. Il nero che ci coglie nel profondo dell’animo quando sappiamo che qualcuno si è fermato è l’unica cosa che resiste davvero e che nulla potrà mai scacciare via. Uno sa di aver superato la morte non quando impara a vivere nonostante essa resti lì, lo segua come un’ombra, lo incalzi con quella sua falce ridente, come una luna nel cielo d’inverno che ride di tutte le lacrime delle stelle; uno sa di aver superato la morte quando dentro di lui tutto è nero, tutto è vuoto, non c’è più spazio per nulla. Il nero della morte è un nero che piange e che ride allo stesso tempo, un nero che non si ferma davanti a nulla, che finge di andare avanti ma che ci prende totalmente. Non si esce dal nero. Non ci sono colori nel nostro animo. Non possiamo reagire e non possiamo pensare, non dobbiamo muoverci, non dobbiamo insistere in questo nero di morte che ci portiamo dentro, bisogna solo guardarlo. Guardarlo e morire. Meglio fissare la pienezza del nulla che non attaccarsi all'irresolutezza di un qualcosa. Chi ha visto il nero sa di cosa parlo. È triste guardare gli altri muoversi, ridere, soffrire, amare, fingere, vivere, è triste vedere quel che succede fuori quando dentro non si ha nulla. È triste. È triste e porta sempre alla pazzia quel nero che ci vediamo dentro, quel nulla che confrontiamo al finto tutto che c’è fuori: ma uno che sa, uno che ha visto veramente la sua ombra si chiederà sempre come riescano gli altri a fingere, come riescano ancora a muoversi dopo aver visto qualcuno fermarsi, dopo aver visto sé stessi fermarsi e inginocchiarsi davanti alla falce. Avete mai guardato la vostra ombra farsi piccola e poi svanire sotto il sole incessante del mezzogiorno? Allora l’avrete anche vista ingrandirsi e diventare notte sotto il nero sguardo della sera. Quando, in luogo di una perdita, o quando di nuovo qualcuno si ferma, quando invece di piangere vedete e sentite il nero, e nulla di più: allora saprete di aver veramente passato il limite. Di essere arrivati. Allora potete veramente porgere il collo alla falce ridente della morte e aspettare che cada, e solo allora veramente cadrà. Ma voi non lo vorrete più. Ci sarà solo nero. C’è sempre solo nero. C’è sempre solo arte.
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